A volte… mi è stato osservato che sono troppo impavida, spregiudicata nelle mie scelte di vita. Di navigare in mari aperti sprezzante del pericolo. Di affrontarle con un coraggio invidiabile, ma quasi inimitabile, almeno per le persone di mentalità borghese preoccupate di mantenere lo status acquisito.
Vero, forse è vero, ma è l’unico modo per me di conoscere le mie forze e la mia capacità di gestire le avversità che di volta in volta si sono presentate.
Non è esatto dire che amo il pericolo, non è neanche vero che amo mettermi nelle situazioni scabrose. Spesso l’ho fatto perchè mi ci sono trovata e non sono scappata.
Ho vissuto all’insegna dell’avventura, non per amor del pericolo, ma per amor della verità: ho, piuttosto voluto indagare in me stessa, senza spettri, senza paura della verità.
Mi sono messa in gioco io e mai passando sulle teste degli altri. È vero che ho sfidato la vita – sapendo a priori che la partita con la vita non è quasi mai vincente – e tuttavia, ho scelto di correre il rischio.
Lo rifarei, perchè non c’è niente che rimpianga, poiché quando vivo le cose, seppur soppesate dalla fiammella che risiede nell’emisfero sinistro del cervello, le vivo con cuore e mi ci spendo fino al punto di non ritorno, tale da non farmi lasciare sospesi. Ho una capacità di andare in fondo alle cose quasi impressionante.
Ho scientemente rinunciato al benessere e alle comodità che avevo, per cercare – a modo mio – quella famosa isola di cui accenno nel mio profilo. Ciò che ho scelto liberamente di vivere, l’ho vissuto pienamente, schiantandomi anche contro muri di pietra massiccia.
Non c’è niente che non rifarei e sono soddisfatta di ciò che ho mantenuto: l’integrità della mia personalità che per niente al mondo baratterei in cambio di una vita pianificata, programmata, fatta di sicurezze, di benessere esteriore, di svago. Ma poi svagarmi da cosa? Non ho intenzione di fuggire da qualcosa, non mi serve svagarmi, io voglio stare dentro le cose. È il mio mezzo per affrontare soprattutto l’anima nera che risiede in me. Ed è per questo che non c’è in me la corsa affannata per trascorrere il tempo libero all’insegna di un divertimento che divertente non è per me.
Quello che cerco, però, non è facilmente reperibile, perchè non si presenta in una bella vetrina. C’è, ma va cercato – ed è questa l’isola che desidero e che, peraltro, spero pure di non trovare perchè altrimenti so che il mio viaggio terminerebbe -.
Per cui lascio agli ortolani coltivare il proprio orticello, recintarlo e proteggerlo, mentre continuo a correre su prati liberi da condizionamenti e soddisfazioni per aver raccolto gustosi ortaggi.
A volte il senso di inadeguatezza si manifesta attraverso il senso dell’inutilità; quando ti chiedi se abbia avuto senso spendere tante energie per farti capire, quando tutte le spiegazioni utili a farsi conoscere si traducono in conclusioni che, nella migliore delle ipotesi, non corrispondono alla tua personalità. E mi chiedo quanto sia giusto insistere a parlare di sé, e, altresì, a parlare in generale di argomenti che sbattono su vuoti a perdere.
Una persona intelligente, di buon senso, lascia perdere, perché capisce l’inutilità di una discussione che si incaglierà.
Che tristezza però. Quando scrissi “Paura” provavo sensazioni analoghe.
Scrissi implicitamente che rinunciavo alla discussione perché le “certezze” degli altri mi fanno paura. Non è una paura nè fisica nè di altra natura. È un senso di angoscia, di inadeguatezza rispetto ad un mondo che corre ad una velocità diversa dalla mia. Più simile ad un circuito di corsa automobilistica, che ad una strada che ti conduce dove non puoi prevedere. Velocità diverse, differenti forme mentali.
È difficile ogni tipo di interazione con persone così, e allora lascio perdere, perché sapere che comunque ogni discorso sbatterà contro il muro della sterilità, è abbastanza deprimente.
Un amico stamattina mi raccontava della sua difficoltà di accettare l’ipocrisia strisciante che lo circonda. Io pensavo, riflettevo – mentre lo ascoltavo – sul perché ci sia tanta ostinazione e poca volontà di approfondire, di superare la rappresentazione, l’apparenza.
Domande.
Domande domande…
A volte qualcuno… anzi, uno solo, dice che il mio rifugio – quello che ho costruito nei tre anni che hanno preceduto la mia recente avventura – è una gabbia dorata che mi sono costruita per proteggermi…
A me?
A me dice questo?
Qualcun altra – sua socia, della stessa pasta – dice che sono debole…
A me dice questo?
A me che ho montato cavalli indomabili – cadendo, come si può intuire – ma riprendendo sempre la corsa?
Sì, mi sono costruita una gabbia dorata nell’ultimo triennio ma… solo ed esclusivamente per arginare gli eccessi e comunque, limitatamente ai rapporti, diciamo così, di fiducia e attinenti il “ludico”.
La facilità con la quale le persone si affrettano a trarre conclusioni, è sconcertante, disarmante.
In una sola frase, mi ha confermato di aver parlato tanto con me più preoccupato di formarsi un’opinione che di conoscere i miei perché. Peccato.
Eppure io non l’ho ancora giudicato… non ho fretta, non ne ho impellente bisogno. Non capisco neanche perchè si debbano per forza inquadrare e catalogare le persone, senza aver prima compreso che non siamo mai uguali a noi stessi. Siamo come il fiume… mai immobile. Cosa c’è di astruso in questo concetto?
Parole
Domande
Interrogativi inevasi
E intanto…
Leave a Reply