Duval on luglio 1st, 2008

Fino a non molto tempo fa, i rari treni che percorrevano la tratta Bologna-Genova via Parma-Spezia, venivano amabilmente chiamati “freccia azzurra”; “azzurra” in riferimento, suppongo, al mare; “freccia” credo nessuno l’abbia mai capito, ma tant’è, per noi emiliani è sempre stata una freccia a dispetto della ridicola velocità media.

Forse perchè lenta, forse perchè dignitosa, forse solo perchè frequentata in prevalenza da borghesi in pensione, la freccia ha sempre offerto l’opportunità di imbastire discorsi meno vacui delle solite lamentele sulla decadenza del mondo o sui disastri del tempo.

Sulla freccia ho conosciuto Bufalino.


Ho ritrovato un vecchio post che andò fortunatamente deserto, col caldo che fa è una manna per chi alla naturale pigrizia associa obnubilazione temporanea; con la speranza che anche questa riproposizione vada deserta.

 

Non s’era mai tirato indietro, José Capablanca, davanti a una tentazione dei sensi. Spesso, anzi, era stato lui ad attizzarla per farla avvampare …

Epperò stavolta Aljechin, fosse stato al suo posto, sarebbe stato più svelto, avrebbe affondato d’impulso le mani nel buio, senza nemmeno chiedersi se di giovane o vecchia la gamba che premeva contro la sua e s’intuiva soffice, lunga, nel fodero di seta aderentissimo che la fasciava; salvo là dove una minima increspatura della gonna dava segno d’un reggicalze e irritava il fianco dell’uomo, contagiandogli un tepore di sangue occulto e desiderabile …

“Che vuoi, come ti chiami?” bisbigliò lui … Ripeté la domanda. L’avesse o no udita, la donna rimase zitta, bensì si levò dardeggiandogli nel partire un palese invito a seguirla che d’istinto egli raccolse …

Andavano dunque così, senza dirsi nulla, ed era lei che guidava lui, come la mano d’un giocatore dirige un pezzo. Questo gli venne in mente: d’essere un semplice pedone in una partita di cui ignorava i sottintesi e le regole …

C’era nella donna un che di bizzarro e fantastico, che non apparteneva certo alla qualità d’una adescatrice comune. Il suo mutismo, poi, quasi una caparbia saracinesca calata fra sé e il mondo, dava all’uomo un sentimento di deliziosa ansietà, che si augurava durasse il più a lungo possibile, senza scadere in nessuna certezza …

“Dove andiamo?” … Infine la donna parlò e indicava, volta a volta, con la mano il ristorante, il cabaret e sul muro una freccia che suggeriva un albergo: “Abbiamo tre scelte; cenare, ballare, fare all’amore. Io non ho preferenze, la tariffa non cambia”. Dalla voce José s’aspettava molto e non ebbe nulla … Quando rispose, disse: “Ho una quarta idea che comprende le tre: casa mia” …

Entrati in casa, a lei caddero subito gli occhi su un ritratto di donna sopra la mensola. “Tua moglie?” chiese con voce neutra e José: “No” mentì, chissà perché, e frattanto con una mossa furtiva mise a rovescio la cornice come per un futile impulso di cancellazione simbolica …

Ma la ragazza s’era già distratta, stupiva osservando nel salone l’ingombro di tre tavoli da scacchi … “Giochi da solo?” … “Non sono un gioco, gli scacchi” rispose José … “ … Sai cosa scrisse un poeta persiano tanti secoli fa? Che noi siamo solo pezzi da gioco mossi da un giocatore invisibile. Giochiamo una partita sulla scacchiera della vita e uno dopo l’altro torniamo in silenzio nella cassetta del nulla …”.

“Se così è”, scherzò Claudette, “io voglio essere la Regina!”.

 

Frammenti tratti da “Shah Mat. L’ultima partita di Capablanca” un testo incompiuto e inedito di Bufalino che, in occasione del decennale della morte, verrà ricordato con una edizione fuori commercio; sono solo  29 fogli. Bufalino immagina che Capablanca venga avvicinato in un cinema da una prostituta e la porti a casa sua. Ma invece di fare sesso si abbandonerà ai ricordi della propria vita.

A parte il mio amore per lo stupefacente italiano di Bufalino che sembra a volte attorcigliarsi in un groviglio linguistico per poi sciogliersi in maestose onde liriche, ho intravisto spunti interessanti per noi puttanieri.

La deliziosa ansietà dell’attesa, illusione cercata di qualcosa di nuovo, da prolungare prima che scompaia fatalmente nel “consueto già visto”.

Anche Claudette si fa pagare a tempo e non a prestazione; mangiare, ballare o scopare, stessa tariffa.

La negazione istintiva della moglie, ammissione di colpa irrazionale, e la cancellazione simbolica della fotografia come cancellazione di un remoto fastidio.

L’impegno programmatico di Claudette, a fronte della impossibilità (o inutilità?) di sfuggire alla sorte di pupazzo manovrato, di essere almeno “Regina”.

La diffusa consuetudine/necessità di raccontarsi, più urgente del sesso stesso; un tema da notti insonni.

 

[articolo scritto da Duval]

   

 

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