SignoraAnonima on luglio 3rd, 2008

Ho ritrovato un articolo che avevo pubblicato su un altro blog. È datato, ma poiché il dibattito su questo tema è tuttora vivace, lo riporto tal quale.

Dalle ore 12 di oggi, l’Unci – Consiglio Nazionale dell’Unione nazionale cronisti italiani – è riunito contro il disegno di legge del ministro Mastella sulle intercettazioni telefoniche.

Una norma che i giornalisti avversano perché mira ad abolire il diritto dei cittadini ad essere informati sulle indagini preliminari. Il dibattito è aperto a politici, magistrati, avvocati ed esperti.

“La libertà di stampa è uno dei concetti fondanti dell’Europa”. Su questo principio, la Corte europea ha condannato la Francia per un provvedimento simile adottato in passato.

Nonostante questo precedente, l’Italia ha deciso di andare contro corrente: la Commissione Giustizia del Senato sta per concludere l’esame del Ddl che dalla fine del mese potrà andare in Aula.

Io sono abbastanza combattuta, perché, pur condividendo le ragioni dei giornalisti, a cominciare dal sagace Travaglio che sulle intercettazioni ha scritto molto, avanzo perplessità sulle ripercussioni che le pubblicazioni spesso hanno sulle indagini e la serenità di chi è preposto a condurle.

Alla presentazione del libro “Mani sporche”, Marco Travaglio ha sottolineato e difeso l’importanza della libertà di pubblicare le intercettazioni telefoniche e la motivazione più convincente è che la diffusione di certe conversazioni, mette i lettori in condizione di trarre delle conclusioni, anche in assenza di reato. Secondo il famoso giornalista, infatti, la conversazione fra un indagato e un soggetto “insospettato”, rivelerebbe comunque elementi caratterizzanti una data circostanza o operazione “discutibile”, anche quando non si configura il reato.

È come dire che la conversazione fra D’Alema e Consorte, è comunque rivelatrice di fatti.

Perché se è vero che gli italiani sono speciali, arguti, capaci di aggirare l’ostacolo – a volte rimuovendolo o manipolandolo e alla fine, i cittadini informati, restano informati e basta – è vero anche che gli organi inquirenti perdono, in qualche modo, il controllo della situazione: non riescono a condurre l’indagine in piena serenità, bersagliati dai cronisti e, di riflesso, dall’opinione pubblica. Ricordiamo tutti cosa accadeva nel ‘93 davanti al Palazzo di Giustizia milanese.

Hanno ragione gli uni, ma anche gli altri.

Però però, la vicenda che ta travolto Clementina Forleo, per fare un nome su tutti, sarebbe passata nel silenzio generale se l’opinione pubblica non fosse stata mobilitata dalle notizie emerse in corso d’indagine. Se non altro, la coscienza generale è stata sensibilizzata su come si muovono i centri di potere – dalla politica, all’Anm, al Csm – poi, come rielaborino la cosa, è un altro discorso.

Allora, alla luce di questi eventi, sono favorevole alla pubblicazione delle intercettazioni nell’interesse pubblico… Ma sono abituata a fare l’avvocato del diavolo invertendo continuamente il ruolo accusa- difesa, pro e contro, ed è questo che mi crea lacerazioni: il tentativo di restare super partes, sempre a prescindere dal mio orientamento politico. Troppo facile seguire una scia, un giornale, o un personaggio di fiducia per trarre conclusioni. Non è nel mio stile.

E allora aggiungo: queste notizie dal nobile intento divulgativo, finalizzato a migliorare la società civile, ad educare e preparare una vera e compiuta democrazia, a chi si rivolgono?

Siamo tutti preparati a valutare e giudicare?

Inclini e abituati culturalmente a spaccarci in due, a schierarci a favore o contro (pro o contro Franzoni, per dirne una… ma che strumenti avevamo noi per giudicare e con quale autorità e diritto vogliamo emettere la nostra sentenza?). Abituati ormai alla spettacolarizzazione stile Vespa e alla strumentalizzazione delle notizie, abbiamo davvero tutti gli strumenti per esprimerci? Tanto rumore, alziamo la voce, ci ribelliamo, eleggiamo i nostri paladini del giusto e li glorifichiamo… ma le notizie le assumiamo dai giornalisti, che sulla nostra testa ed in nome del “nostro” diritto di sapere, costruiscono la loro popolarità e successo.

Purtroppo, le notizie, in gran parte, ancora oggi, vengono apprese dalla tv e sappiamo bene come questo medium le divulghi, riassumendole addomesticate.

Molta gente non va a cercare le informazioni confrontandole; non approfondisce attingendo alla fonte (ad esempio leggendosi il dpf o un documento ufficiale). Le riceve come al ristorante si fa servire dal cameriere. Son belle e pronte all’uso e al commento. Basta sfogliare il web per averne un quadro sconcertante.

Io sono contro questo disegno di legge Mastella, ma sarei più rassicurata sapendo che gli italiani – come gli altri occidentali del resto – oltre al calcio, alla gnocca e alle notizie ad effetto, o, al limite, ai programmi d’attualità confezionati per benino, si prodigassero per “bypassare” la grande vulgata ululante.

Forse è un post impopolare, ma io esprimo, appunto, il mio disagio, che, come sempre, si rinnova di fronte a tematiche complesse che attengono la società.

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