Io lo so perché.
Lo so, perché andare oltre le parole vuol dire andare oltre l’apparenza: pochi sanno o vogliono ascoltare, leggere, capire.
È faticoso, pure noioso.
C’è rumore. Il rumore anche delle parole: chi sa parlare sa comunicare e in questo mare profondo di superficialità, chi sa parlare sa incantare.
Non contano i contenuti, o meglio, con le parole i contenuti possono essere fittizi… come un poeta incanta i suoi lettori con la lirica del suo sublime annerire la carta, allo stesso modo, il cantore incanta la platea con versi suggestivi. Che importa se nella realtà è diverso, se ciò che traccia sul foglio immacolato è puro frutto di immaginazione.
Anzi, tanto più riesce con la parola – verbale o scritta – tanto più copre la sua incongruenza.
Quanti esempi di persone dai nobili gesti, che tali restano, però.
Abbiamo costruito e stiamo consolidando una società irreale… fondata sull’apparenza.
E chi non parla?
Chi non usa l’arte affabulatoria?
Ahi meschino, che inutilità!
Parole urlanti chiede la sorda società, vere o false, la discriminante è irrilevante.
Parole urlanti che urlano anche quando sussurrano. Basta saperle pronunciare, comporre armoniosamente.
Il resto è noia e chi tace acconsente.
È normale, in questa società, diventare invisibili, trasparenti: se non urli non ti “vedono”, non esisti, a nulla servirà il tuo cuore e i tuoi contenuti. Sei un contenitore pieno, troppo pieno di cose vere per essere aperto.
È normale che l’apparenza conti più dell’essenza.
È normale diventare anoressici in questo mondo che adula l’immagine, la facciata, un contenitore… Similmente, una mano che sa scrivere bei versi, una suggestiva lirica, o una bocca che sa parlare, sopravvive, se non emerge.
Se non sai urlare, sei invisibile, non esisti e tutto il resto è noia.
È normale volersi stordire, massacrare prima che lo facciano gli altri, se non altro, per il privilegio di scegliere lo strumento di annientamento.
Lascia stare, non sforzarti di capire, non ti crucciare.
È normale che dove finiscano i tuoi pensieri, debba in qualche modo iniziare una corda.
Sì, è normale che il tuo pensiero muto incontri una corda.
Non sono che il contabile dell’ombra di me stesso
se mi vedete qui a volare
è che so staccarmi da terra e alzarmi in volo
come voialtri stare su un piede solo
difficile non è partire contro il vento
ma casomai senza un saluto.Non sono che l’anima di un pesce con le ali
volato via dal mare per annusare le stelle
difficile non è nuotare contro la corrente
ma salire nel cielo e non trovarci niente.Dal mio piccolo aereo di stelle io ne vedo
seguo i loro segnali e mostro le mie insegne
la voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto in cui si spegne.
(Ivano Fossati)
febbraio 12th, 2009 at 8:02 am
Amica mia.
In dieci giorni il mio mondo si è capovolto.
Scelte decisive, fatte con forza insospettata e finalmente ritrovata.
Ma il confronto con gli altri, con i miei simili, che amo e odio con lo stesso ardore, confronto dal quale sono uscita perdente, per questo mio fottuto vizio di non saper bilanciare emozioni, azioni e reazioni.
Sono come una ricerca “random” su Google … Se sei fortunato, trovi ciò che cerchi. Ma a me raramente va di culo.
E quindi sono arrivata alla conclusione che il mio io vada riveduto e corretto. Ma mi crea una sorta di ribellione insita nella scelta stessa.
L’alternativa? Mi rassegno serenamente ad essere fraintesa, a far vivere la mia ridondanza come qualcosa di diverso, come segnali letti da occhi altrui e per questo spesso male interpretati e causa di episodi poco edificanti, che ora non tollero con la mia leggera ironia, ma con un livore feroce … Segnali non scritti da me, o almeno non con tutti gli incisi che chi legge, per comodità e proprio uso e consumo, riesce a trovare tra le riche.
Dieci giorni e … Fiumi di analisi gratuite, sulle quali ho riflettuto, giuste se viste dalla parte della Luna alla quale io dò le spalle. Se la lettura è sbagliata, non posso non pormi la domanda: “Sarò io a scrivere in modo da non farmi capire?”. Cazzo, ma io mi metto in discussione. E mi ritrovo con gente che in nome dell’amore cospira, mi batte addirittura, e mi insulta.
Affetti atavici. Familiari isole. Sono tornata e lotto, ma è dura. E volutamente dai tarocchi estraggo sempre la carta dell’Eremita e della Torre. Ma che senso di nausea, non trovare corrispondenza. Che paura. E questa polvere, amica mia, che non è letale, è comunque ancora venefica.
Ruggeri docet.
Con affetto.
Bouche
febbraio 12th, 2009 at 8:10 am
Ho notato una frase senza verbo reggente. Ops … che sia il segnale che debbo davvero rivedere e correggere ciò che ho di più caro, e cioè il mio essere come sono, pagando dazio ma impartendo lezioni di vita? Ma che cazzona sono?
Lezioni? Ma a chi? Ai ciechi con me orba … Eppure sono certa del possesso dell’umiltà. E della capacità di chiedere scusa, della generosità di elogiare il talento e le virtù altrui. Devo solo imparare a bilanciae tutto questo, ed essere una me che devo educare. Redarguendola, reinventandola, ripulendola da retaggi popolani, ma per renderla chi? O cosa? Una che si preserva da incidenti di percorso? Cazpita pensavo fosse vivere, io, gestire le anomalie quando non piaci al mondo o quest’ultimo non piace a te.
Che fò?
Allo specchio a studiare mosse e scimmiottare esasperandolo quel pizzico di classe che riservo a chi ritengo vicino per intenti e sofferenze?
Ma … Ma … MA … MA VAFFAN … VA !!!
Andata oltre, chiedo venia.
Bouche