SignoraAnonima on Agosto 26th, 2008

Sul razzismo e le sue declinazioni.

Prevale la convinzione che senza l’impazzimento tedesco degli anni trenta e quaranta del secolo scorso, la storia dell’uomo avrebbe continuato a procedere lungo i sentieri luminosi tracciati dai filosofi e dal positivismo verso un mondo in cui il bene è progressivamente destinato a prevalere sul male.

E siccome di follia momentanea si è trattato, l’uomo è tornato ad essere buono.
La realtà è diversa.


la teoria della parentesi è consolatoria, perché a tutti piace credere e far credere che l’olocausto sia stato l’apice della perfidia, ascrivibile a pochi sconfitti, escrescenza antica venuta improvvidamente a macchiare una modernità altrimenti immacolata.

Sappiamo tutti che non è così.

Il razzismo, nelle sue varie declinazioni, ha solide radici e padri autorevoli, nonostante oggi sia derubricato a xenofobia con motivazioni essenzialmente socioeconomiche.

Quando il neurologo portoghese Egas Moniz – premio Nobel nel 1949 – mise a punto nel ’35 la lobotomizzazione, perfezionata poi da Walter Freeman in America, sembrò un passo avanti della scienza, da accogliere con favore.

Proprio in America fu applicata anche su semplici disturbati sociali.

Negli Stati Uniti l’eugenetica applicata ai “minorati” e alle etnie considerate “inferiori”, tra cui italiani, ebrei e latinoamericani contò oltre sessantamila sterilizzazioni.

Peraltro la castrazione era prevista dalla legge in 27 Stati: si giustificava con la selezione razziale dell’immigrazione. Nel 1924, con l’Immigration Restriction Act, la quota italiana scese da 42 mila a 4 mila immigrati annui, a favore delle razze nordiche.

La Svezia non fu da meno, anzi, la sterilizzazione durò fino agli anni settanta del secolo scorso.

Hitler ha avuto illustri predecessori, anche se i numeri e le macabre forme sono clamorosamente diversi, pur considerando, tuttavia, che la Svezia, nel tentativo di preservare la purezza della razza e, se possibile, migliorarla, ha continuato imperterrita per quasi trentanni dopo la caduta del nazismo.

Diciamolo con franchezza che, anche se come frutto dell’illuminismo, il razzismo ha esaurito il suo ruolo di giustificazione scientifica della visione eurocentrica del mondo, dello schiavismo e del colonialismo classico, esiste, è realtà.

Solo che ha abbandonato il determinismo biologico, che pretendeva legare indissolubilmente la forma umana con le qualità intellettive e morali dell’uomo.

Oggi è uno scontro di civiltà, di culture, che prescinde dal colore della pelle.

Qui suggerirei un approfondimento: “Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica” di Giovanni Sartori.

Il multiculturalismo fatto di comunità auto-ghettizzate è in crisi e la scommessa dell’integrazione non è ancora stata vinta, soprattutto in presenza della minaccia del terrorismo islamico.

La sensazione è che proliferino le paure classiche delle epoche di decadenza, declinabili a livello popolare in razzismo esplicito.

Sentimento di disorientamento, fra qualunquismo, smarrimento, paura.

 

Paura dell’ignoto indifferenziato (da qui xenofobia)

Gli italiani, ad esempio, non hanno paura dei romeni in quanto tali, ma della loro massiccia presenza che, anche a detta di Prodi, ha superato tutte le previsioni.

Non è, in effetti, una questione di nazionalità e nazionalismo, ma di spazio vitale, densità/superficie ai limiti dell’invivibilità.

Problema già noto agli inizi del XX secolo ed irrisolto.

Si trattasse di spagnoli, la questione sarebbe la medesima, con tutta la loro carica di simpatia.

Ma voglio dire di più: respingo la tesi che ci accusa di razzismo o xenofobia, perché gli italiani, hanno un temperamento tollerante ed aperto, non sono stati razzisti nemmeno al tempo nero. Quello stesso periodo durante il quale gli ebrei francesi si rifugiavano in Italia - fino al ‘38 - per sottrarsi alla cattura voluta dal regime collaborazionista di Petain.

Nelle vallate di confine ne sono stati accolti tanti… cari francesi che oggi, sì proprio voi, ci accusate di essere roppo “protezionisti” nei confronti del nostro territorio, se non addirittura razzisti.

Spesso l’accusa nasconde la vergogna e l’imbarazzo delle proprie pecche e responsabilità.

 

Contestualizzazione

Forse più che di xenofobia, si tratta di scarsi strumenti di condivisione: poco spazio.

I rom ci sono sempre stati e di riffa o di raffa hanno condiviso il territorio, e, seppur scansati ogni volta che si incrociavano per strada e stando bene attenti a non aprire loro la porta di casa per paura di rapine, non si sono mai superati i livelli di attenzione, episodi organizzati di incivile intolleranza.

Segno dei tempi, del declino socio-economico, che caratterizza peraltro tutta la società occidentale.

Non c’è giustificazione, c’è appello alle forze preposte, delegate con mandato, deputate per presunta competenza e impegno a organizzare e riorganizzare la comunità.

[continua...]

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