SignoraAnonima on luglio 25th, 2008
Sono arrivata alla stazione
Sto aspettando il treno.
Il treno è in ritardo rispetto alle previsoni
sono sicura che arriverà da un momento all’altro, mentre, magari, sto distrattamente sorseggiando una tazza di tè, oppure ingerendo uno dei miei medicinali, o, addirittura, mentre riposo gli occhi assopita.
Speriamo che qualcuno mi aiuti a salire.

 

In verità non sono troppo convinta di partire
rimanderei volentieri, ma sento che non posso rinviare troppo perché sono attesa
Mio marito mi attende
mi dice che tutto è pronto
la festa è organizzata, manco solo io
Tuttavia, ancora qualche piccola incombenza qui l’avrei da fare.

Sono combattuta
ma sono ormai giunta alla stazione con la valigia che era pronta da un pezzo.
Dentro ho poche cose
poche e significative, ricche, prezioise… i miei ricordi, la mia pazienza, la rassegnazione.

Devo ancora salutare mia sorella
Una è in viaggio e presto raggiungerà la sua meta. L’ho salutata ma l’abbraccerei ancora per dirle le parole che mai le ho detto.
L’altra no. Con l’altra devo ancora comunicare qualcosa
dobbiamo parlare e salutarci calorosamente, stringendoci in un affettuosissimo abbraccio
che sancirà il nostro amore
abbraccio che si scioglierà in qualche calda lacrima accompagnata dal rammarico, ma anche dalla accettazione
Tutto è compiuto.

Devo dirle che le voglio bene e aspetto di sentirmelo dire
dirle di essere forte come siamo sempre state
Abbiamo vissuto con la speranza negli occhi e nel cuore
navigato in acque agitate
sofferto, pianto, sperato.
l’infanzia segnata da anni duri, troppo duri per delle bambine ancora sognanti

La nostra casa in Madacascar…
avevo nove anni quando io e i miei fratelli e sorelle lasciammo quella terra felice e feconda
Era il ‘35 quando mia madre ancor giovane e bella morì affidando i suoi piccoli all’incerto destino.
Però eravamo benestanti perché mio padre aveva una florida impresa di costruzioni ed il futuro economico, almeno quello, aveva prospettive stabili da consentirci di vivere in tutte le comodità.

Mio padre, italiano e legatissimo alla sua terra
dalla quale si era separato solo fisicamente, mandava periodicamente dei fondi alle missioni caritatevoli in Patria.
Sapeva di essere baciato dalla fortuna di un solido lavoro supportato dalla sua capacità e temperanza
e pensava giusto mostrare riconoscenza mediante questa forma di aiuto.

In Italia aveva dunque contatti con una parte del mondo cattolico che si occupava dei disagiati
Istituti, congregazioni, enti religiosi.
Decise allora di trasferirci in Italia dove tutti insieme avremmo trascorso la nostra infanzia e adolescenza in un istituto religioso.

Tristemente affrontammo il lungo viaggio, un po’ incoscienti, un po’ ignari del futuro che ci attendeva.
Ma mio padre, fra il dolore per il distacco dai suoi adorati figli e la speranza di consegnarci in mani sicure, non aveva dubbi.

In Italia però le cose non andarono così. Ci divisero subito
Ognuno di noi fu assegnato ad un istituto diverso in diverse città.
Perdemmo i contatti fraterni e trascorremmo tutta l’infanzia fino alla maggiore età in collegi a dir poco duri, spietati il cui ricordo ancor oggi mi fa rabbrividire.

Dedicato a Ginetta

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