SignoraAnonima on febbraio 3rd, 2010

Senza voler richiamare nè oltraggiare l’autorevolezza della Arendt, associo spesso questa frase – allontanandomi dall’obiettivo del saggio –  ai comportamenti che generano il male per il male, per la ferrea volontà di ottenere benefici effimeri.  È chiaro che l’intenzione dell’autrice del libro di cui al titolo, trattava e sviscerava un tema di dimensioni e implicazioni tragicamente diverse. E tuttavia, trovo banale il male perpetrato a fin di male solo per superficialità, stupidità, stoltezza o anche per rabbia e frustrazione.

Sono solita allontanare le persone superficiali, quelle che hanno fretta di giudicare per mascherare le proprie sconfitte, ciò che è causa di frustrazione. Si tratta, in genere, di persone incapaci di guardare in se stesse: incapaci di affrontare la verità.

Si lagnano degli altri, evitando accuratamente di responsabilizzarsi, di ammettere i propri limiti e le ragioni dei propri insuccessi. Perché un insuccesso si può ammettere, ma difficile è ammetterne le vere ragioni.

L’incapacità di cercare la verità affonda le radici nella paura di perdere qualcosa. Sono problemi irrisolti che sono propri delle persone che scappano. Persone magari abili professionalmente, ma che hanno creato attorno a sé un alone  millantato di fascino, e che si illudono di incantare i diversi interlocutori. A loro basta che gli altri sappiano guardare in un certo modo, che esprimano adulazione, poi che sia sincera o mistificata, poco importa. Loro sanno realmente come stanno le cose, ma non possono ammetterlo e gongolano sull’effimero consenso.

Si tratta di persone aride, prive di sufficiente coraggio per indagare in se stessi e, di conseguenza, negli altri. Degli altri colgono solo gli aspetti utili a rafforzare il proprio ego.

Di persone così ce ne sono tante, e siccome non sono psicoterapeuta, me ne allontano, perché la loro pericolosità – non dichiarata e mai ammessa – consiste nella forza di emanare flussi negativi che sottraggono all’altra persona energia positiva. Con personalità di questo tipo, ogni tentativo di confronto è deleterio ed è cagione di un senso di alienazione a vicolo cieco, perché hanno  capacità o, meglio, aggressività – di cui non sono consapevoli – e  rapidità tali da ribaltare in un nanosecondo la situazione rimbalzandola sull’interlocutore.

E ti ritrovi a ripensare alla vecchia e mai obsoleta massima del bue che dice all’asino cornuto.

La loro presunzione, alimentata dalla convinzione di aver capito tutto fa si che ogni persona di normale intelligenza, rinunci alla discussione. Il perché della rinuncia non sta nell’incapacità di proseguirla con sostenibili argomentazioni, sta, invece, nell’amara constatazione dell’inutilità di un ulteriore chiarimento… estenuante.

Ma tornando ai soggetti superficiali e frustrati – non necessariamente aggressivi – rifletto sui loro atteggiamenti ambigui e dannosi.

Capita che la vittima designata, fin tanto che è ignara del bieco disegno, stia ad osservare pazientemente e con tenacia resista a non scendere al livello infimo del soggetto banale.   Non si vuole sporcare e nello stesso tempo, non vuole infierire mettendo alle corde persone cosi deboli, forti  nelle manifestazioni esteriori, nella perpetrazione del male, ma tragicamente deboli dentro, che tali resteranno fino a che non acquisiranno il coraggio di affrontare la verità.

La verità è però spietata, perché rischia di fare tabula rasa attorno a sé.

Se togli le sovrastrutture e diventi te stessa, sai di rischiare tutto. E la perdita potrebbe essere devastante. Però è dalla verità che nasce la libertà.

Un uomo è davvero libero quando ha percorso le strade della verità.

Perché se è vero che la libertà non è uno spazio libero, è vero anche – a dispetto dello stimato Gaber – che non è solo partecipazione, ma è ricerca e conquista a proprie spese: non si conquista la libertà passando sulle teste degli altri.

La vera libertà, non è una condizione permanente: si fonda sulla verità. Prima la devi cercare in te stesso, poi devi avere il coraggio di dirla a chi ti sta a cuore, sapendo che puoi rischiare tutto, tutto.

Domando: per quanto tempo puoi tenere in piedi un rapporto che non si basa sulla verità?

E per quanto tempo puoi sperare di sentirti libero, avendo privato l’altro del libero arbitrio con i sotterfugi?

Se non metti l’altro nelle condizioni di scegliere liberamente e gli sottrai gli strumenti necessari ad esercitare liberamente le sue scelte, non sarai tu stesso libero. Perché se l’altro ti sceglie grazie ai tuoi inganni, non avrà fatto una scelta del tutto libera e non potrai, di conseguenza,  esserlo tu che avrai fatto una conquista blanda.  Ti resterà il vuoto incolmabile.

Sarai tu stesso schiavo del tuo intricato e inconsistente disegno.

Non voglio fare un’apologia della libertà, quanto, piuttosto, lanciare un input sulla mancanza di coraggio nell’affrontare la verità.  Limite che ha ripercussioni sugli altri, giacché per giustificare se stessi, si commette il male. Come? Iniziando con i giudizi – per lo più affrettati – che mirano a distruggere l’altro,  a delegittimarlo, a privarlo della sua vera essenza.

Questa è la banalità del male. Male che ritorna, perché è solo questione di tempo e ricadrà sulla testa del malato.

E comunque… con questo post, volevo dire due parole ad una persona che, senza conoscermi,  giudica cercando di screditarmi. Fin qui c’è riuscita grazie alla instabilità del suo interlocutore, ma quello che non ha imparato è che ciò che lei crede di vedere in me, cioè la debolezza, altro non è che ciò che alberga in lei.  La sua debolezza inespressa e latente, la costringe ad escamotage per mantenere un rapporto affettivo, a chiudere gli occhi per non vedere, le orecchie per non sentire, l’intelligenza per non sapere.

Quando una donna, che per sua natura è intuitiva, evita accuratamente di raccogliere i segni che le consentono di iniziare a capire, sta fuggendo per sua comodità, non per amore. Dimostra di aver bisogno dell’altra persona e di volerla legare a sé, e questo non è amore per l’altro: è amore per se stessa. E quel che è peggio, sta evitando la verità.

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2 Responses to “La banalità del male”

  1. Sono d’accordo. Attribuire ad altri le nostre debolezze è banale e noto come esercizio proiettivo di cui, quasi mai gli interessati si avvedono, o sanno. Tenderei a suggerire maturo distacco, in casi ma mi rendo conto di teorizzare. Di fronte ai sentimenti, alle passioni, la ragione non aiuta e ci vuole altro. Sfogarsi e passare oltre, forse.

  2. È che mi sono stancata di sentire tutte le considerazioni prive di un vero sostegno, dunque campate in aria da persone che non mi conoscono.
    Io non l’ho fatto, mi sono astenuta; non cedo al giudizio irrazionale. Dall’inizio dell’estate scorsa va avanti questa storia di interpretazione della mia personalità. E basta! Di tempo ne ho concesso tantissimo. Sto per reagire… questione di tempo :-)

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