Seguiamo sempre quest’ordine?
Uhm, temo che spesso si salti il primo passaggio…
I professionisti della scrittura raccomandano di limitare l’uso dei termini inglesi all’essenziale, all’inevitabile e io condivido.
Infatti, se dobbiamo dire o scrivere film, computer o parole entrate nel nostro vocabolario quotidiano, è banale tentare di italianizzarle ottenendo ad esempio: pellicola cinematografica o elaboratore elettronico.
Ma se dobbiamo riferirci ad un concorrente, perché scriviamo competitor?
E se poi scriviamo pure scorrettamente, che figura ci facciamo? Eppure è un comportamento fin troppo diffuso: provate a visitare i siti di noleggio auto e scoprirete che quasi tutti si sono preoccupati di garantire il “confort” delle autovetture.
Ma il comfort dove si è nascosto?
Se ci fa sentire meglio, proviamo almeno a scriverle correttamente e tenendo presente, inoltre, che all’interno di un testo italiano le parole straniere non si declinano al plurale, a meno che non siano entrate nella nostra lingua già così come jeans, avances…
È corretto quindi scrivere “i computer” e non “i computers”, “i competitor”
“i competitors”, “i blog” “i blogs“, “i blogger” e così via.
E infine, attenzione alle insidie delle migrazioni linguistiche: i falsi amici. Meglio avere il dizionario a portata di mano.
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agosto 29th, 2008 at 7:50 pm
Sono andato a guardare, e’ vero ce ne sono tanti, qualcuno dovrebbe farglielo notare.
agosto 30th, 2008 at 7:27 pm
Mah … così, così …
Antica discussione. La Crusca se n’è sostanzialmente lavata le mani lasciando un buon margine di manovra.
Io mi affido non a regole (che non sono categoriche) ma, di volta in volta, alla musicalità: rileggo ad alta voce ed uso il termine che più mi aggrada.
Così a volte uso “computer” a volte “computers”, a volte “file” a volte “files”, a volte “film” a volte “films”, a volte “le flute” a volte “le flutes” a volte “i flute” a volte “i flutes” … in sostanza “duvalizzo” e il gioco mi piace.
agosto 30th, 2008 at 9:51 pm
E’una tua interpretazione. E fai cosi’ anche con la lingua italiana? Ti posso confermare che nei corsi di laurea di scienze delle comunicazioni e’ una delle prime regole che bisogna apprendere.
Poi come si fa a scrivere confort? Chi realizza depliant, siti internet, locandine, o sa scrivere o e’ meglio che vada a fare un altro mestiere.
Michelle
agosto 31st, 2008 at 12:43 am
Ho scritto da qualche parte “confort”?
Chi scrive “confort” o “conputer” o “imput” è un ignorante.
Chi scrive “le flute” o “le flutes” o “i flute” o “i flutes” applica un’opinione linguistica, checchè ne dicano i docenti e i discenti (che dagli anni settanta in poi sono mediamente ignorantelli) di qualsivoglia corso di laurea in scienze delle comunicazioni o altro.
In sintesi, e sperando che tu riesca ad eleborare il concetto, se io scrivessi “a me mi piace” sarei subito deriso o cazziato, tutto sommato giustamente, ma … chiedi cosa ne pensa Trifone.
settembre 1st, 2008 at 5:45 pm
# “Ho scritto da qualche parte “confort”?”
Non era rivolto a te ed e’ evidente; io so leggere.
A te ho solo rivolto la PRIMA domanda.
# “In sintesi, e sperando che tu riesca ad eleborare il concetto”
Su questo farei meglio a soprassedere data l’inutilita’ di qualsiasi risposta e infatti soprassiedo,
ma sappi che
IO NON TI HO INSULTATO!
Tanti saluti
settembre 2nd, 2008 at 3:50 pm
Arrivo eh …
non vi ho abbandonati
“Tempo, comunque vadano le cose lui passa
e se ne frega se qualcuno è in ritardo
puoi chiamarlo bastardo ma intanto è già andato”
il resto non lo ricordo
settembre 2nd, 2008 at 8:48 pm
Qual’è …
Se io stassi …
Non sono affatto d’accordo …
Qual è
Se io stessi
Sono affatto d’accordo
Amo la purezza del lessico scritto e parlato.
Ma …
La comunicazione può essere silente, telepatica, immediata nonostante un errore.
Grave quando gli errori sono commessi da professionisti della parola.
A noi lasciamoCI la possibilità di ERRARE, vaganti esseri imperfetti troppo spesso troppo di corsa per perseguire la perfezione della coniugazione di un verbo o del giusto uso di apostrofo, laddove ci sia un troncamento “po’”, o di un accento greve o acuto … Laddove perchè si scriva perché …
Amo leggere parole piene di significato, non zeppe di errori, ma di una svista che le renda umane why not?
Marina (anno scritto il mio francese BOUCHE trasformandolo in BUSH, esilarante, non credete?)
settembre 2nd, 2008 at 10:20 pm
Cara Michelle, ti ringrazio del supporto e spero tu voglia sorvolare sull’incidente, causato, forse, da un momento di nervosismo.
Quanto a questo: “checchè ne dicano i docenti e i discenti (che dagli anni settanta in poi sono mediamente ignorantelli) di qualsivoglia corso di laurea in scienze delle comunicazioni o altro”
prendo le distanze, prima di tutto perché sono refrattaria alle generalizzazioni – evito di buttare l’acqua con tutto il bambino, come si dice – ma soprattutto perché ci sono menti eccelse anche fra i malcapitati nati sventuratamente negli anni ‘50 (e successivi) e che, gioco forza, sono stati costretti ad indottrinarsi negli anni settanta, ottanta, novanta, etc. (È matematico: chi è nato nel ‘50, non può che essersi laureato nel pieno dei famigerati anni ‘70).
O dovrei credere che tutti i cinquantottenni sono ignorantelli?
E non menziono le generazioni successive, quelle nate, per intenderci, dagli anni ‘60 in poi … le quali, secondo l’assunto “virgolettato” non sono degne di nota.
O lo so, so bene cosa significa “mediamente”, ma è vero anche che la frase così formulata: “di qualsivoglia corso di laurea in scienze delle comunicazioni o altro”, è perentoria, non prevede la possibilità che ci siano docenti “non ignorantelli”
E se il docente di Michelle fosse Umberto Eco? Giovane non è… uhmmm
E però devo anche capire come considerare il fu Italo Calvino (classe 1923), piuttosto che Tullio De Mauro (1932), o il già citato Umberto Eco (1933), docente in carica …
ma lo stesso Trifone – Pietro, suppongo, dato che Maurizio è troppo giovane (meschino nato nel ‘61) per essere citato – mi onora di “condividere” la tesi che peraltro non ho inventato io
http://209.85.135.104/search?q.....#038;gl=it
“In conclusione, il plurale invariato degli anglicismi entrati in italiano sembra la regola più semplice e più consigliabile, almeno in generale. Tuttavia una scelta diversa, tendente a riprodurre la forma del plurale inglese, PUO’ essere TALVOLTA giustificata dalla SPECIFICA situazione comunicativa: è il caso, per esempio, di
un testo di carattere DECISAMENTE SPECIALISTICO, nel quale compaiano anglicismi tecnici estranei alla lingua comune.”
Maurizio Dardano e Pietro Trifone, Grammatica italiana con nozioni di linguistica, Zanichelli, 2003, pp. 194-195
Ma tutto questo contradditorio a che ci serve?
A niente!
Il mio articolo non è rivolto al popolo dei blogger – scrittori cosiddetti creativi – i quali continueranno a scrivere come desiderano.
La regola vale per gli aspiranti scrittori professionisti – i business writer per intenderci – alle prese con la redazione di testi per aziende, enti, studi professionali, e che non possono permettersi errori di sorta.
Ma in particolare, l’articolo è rivolto ai web master e a tutti i professionisti del web che progettano e realizzano siti internet.
La scrittura per il web segue regole che nascono dall’esigenza di usabilità (web usability), navigabilità, fruibilità.
Ci sono precisi registri comunicativi, funzioni che è bene conoscere, per realizzare un buon artefatto comunicativo.
Chiarezza dei concetti, sintassi semplice e piana, linguaggio lineare, quotidiano: le parole di tutti giorni sono da preferire alle parole solo apparentemente importanti per lunghezza e astrazione.
Ma qui siamo entrati in un tema più vasto e non oggetto di questo post, se non per estensione.
Ecco chi sono i destinatari dell’articolo che stiamo commentando e quello afferente l’uso del colore. Non ho altre velleità.