Jean Baudrillard, nei suoi saggi “Lo scambio simbolico e la morte” e “Simulazione e simulacro” invita a muovere lo sguardo sull’ essenza dei simulacri, fatalmente regnanti dopo l’implosione d’ogni senso, e sull’iper realtà di questi oggetti irreali, “mesmerizzanti”.
Ogni apparenza, mostrantesi quale belletto di una sostanza che non c’è, sradicata dalla spazio-temporalità, spinge l’immaginario comune ad un continuo (auto)dirigersi verso un rinvio della praxis, impoverendo il “mondo reale”, reso oramai solo più deserto. In questo paesaggio povero, un minuscolo “anello” si aggira con passo anarchico: è la realtà interna, situata in quel territorio selvaggio che Junger denominò Wildnis, per meglio definire i luoghi non contaminati dal nichilismo. Si è presa coscienza della fallacia insita in ogni teorizzazione, e si è caduti (paradossalmente) ad analizzarne le superfici, riportando a conferma quell’aforisma che brillava nei Minima Moralia di Adorno: Il tutto è falso.
Detto questo, il primo quesito che potremmo porci è se davvero il post-modernismo sia da intendersi come una sorta di risoluzione del moderno, o se sia solamente anch’esso una mera crisi di esso, e dunque sia da intendersi come ricerca di metodo che apra ad una più sofisticata razionalizzazione o ad una maggiore capacità di analisi obiettiva.
Ma la critica postmoderna, afferma che tutto sia nientemeno che “estetizzato”, e qui bisogna precisare che non si intende che lo sia diventato, bensì che lo sia sempre stato. La logica del progresso ha portato all’omologarsi di ogni individualità in un’unica entità: un nuovo totem che è la copia esatta della realtà. La quidditas di questo totem, è da rilevarsi nientemeno che nel confine che riscontriamo fra l’ente e il vuoto, ovvero nel mondo, inteso per dirla con Wittgenstein, come tutto ciò che accade.
Il tutto si è onticizzato, e non ha più importanza quali siano i contenuti del suo discorso, ma solo più quali e come siano fatte le sue superfici. L’egemonia della tecnica divenuta totalizzante, costringe colui che necessiti di liberarsi da questa trappola di specchi, a prendere coscienza della più tragica delle solitudini, riguardante da vicino colui che è stato gettato in mezzo alla palude accompagnato da poche saggezze, magari raffazzonate, alla ricerca di una voce che si distingua dalle grida.
La civiltà narcotizzata ha dimenticato la misura della natura individuale, e ogni sogno di autenticità è stato divorato dalle chimere che noi seguiamo ancora con i nostri sguardi trasognanti. Siamo noi i cittadini della Nuova Bisanzio, seguiamo un numero infinito di traiettorie accostandoci in maniera asintotica al punto meridiano, l’abissale occhio che giudica nientemeno che la qualità dell’essenza di ciascuno.
L’assioma crudele dice che nulla, oramai, possiede il merito di attenzioni davvero serie; ogni filosofo, come ogni artista, sono diventati parte di un grande spettacolo in cui tutto si presenta nudo di fronte agli occhi di tutti, e non è più immaginabile elevarsi, tocca piuttosto “pensare” di districarsi.
Considerare che l’essere è così perché è così. Diventare finalmente noi, oggetti divini.
Luca Atzori
marzo 8th, 2009 at 12:21 pm
Il valore del simulacro è un fatto di buon gusto prima ancora che prodotto dell’implosione del senso. Vale a dire Jeff Coons per tutti.
Sul piano estetico, la simulazione, provoca scarti di senso complessi e non ancora minimamente affrontati.
Per ora, nonostante quello che si potrebbe credere, del simulacro non c’è ancora nemmeno l’ombra.
Il regno del simulacro accadrà il giorno in cui riusciremo finalmente a distruggere la nostra memoria storica.
marzo 8th, 2009 at 1:30 pm
In questa metamorfosi siamo una volta di più inesprimibili, le singolarità si ritrovano in un gioco di non-esistenze e paradossalmente è anche il vero del proprio essere, solo che per questo le singolarità non approdano tra loro certo più facilmente.
Manca ancora un’integralità e ogni conclusione è quindi provvisoria.
marzo 8th, 2009 at 2:13 pm
“Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.” per citarti Debord.
Però io credo che non sia mai accaduto nella storia della civiltà umana che l’uomo abbia direttamente vissuto… semmai definitivamente l’uomo deve diventare la medesima cosa di quello che è ora la sua “rappresentazione”.
marzo 8th, 2009 at 2:27 pm
“l’ornamento… esprimere ‘in se stesso’ l’essenza di quell’Ente ‘mondo’… e perdipiù esprimerla ‘già da sempre’”.
Sta già tutta qui la cosiddetta ‘verità interna’ o come la si voglia chiamar, nell’ornamento che se ne fa espressione. Naturalmente nella sua singola coerenza.
Il Simulacro non è un cross-dressing che ci falsa e ci maschera, al contrario ci svela nella verità e nell’essenza.
marzo 8th, 2009 at 2:53 pm
In gran parte sono d’accordo con te (considerando che questo mio scritto risale a qualche anno fa, ed ora credo di aver maturato decisamente la mia visione). Ciononostante, quando parlavo di “implosione di senso”, intenzionalmente non volevo intendere l’affacciarsi di un alcun evento negativo, ma semmai indicare la “caduta” definitiva di ogni concezione teleologica propria di un pensiero aristotelico. Certo rileggendo posso darti ragione sul fatto che sia espresso con un tono un po’ enfatico, e difatti ora lo scriverei in tutt’altra maniera.
In effetti il regno dei simulacri coincide con la condizione in cui ogni memoria storica sia stata definitivamente distrutta, e ci si ritrovi dunque liberati. In questo affresco viene a coincidere, a mio parere, la figura dell’angelo, presente nelle elegie duinesi di Rilke, il quale rispetto all’uomo possiede una pienezza ontologica, e dunque appare perfetto. Ma quest’angelo che cos’è? una fotografia, un’immagine immutabile, un semplice riflesso?
marzo 8th, 2009 at 4:36 pm
Sì Passiflora, infatti la realtà del Postmoderno non è disperata, è disperata, per ora, la sua meta-lettura, in quanto non disponiamo ancora dei linguaggi a lui adeguati.
E mi accorgo che è un bel casino capirsi, anche perchè possiamo tranquillamente dire che ci troviamo in una situazione che è la prima volta che si verifica nella “storia”, essendo essa stessa la fine di ogni possibilità di Storia.
marzo 8th, 2009 at 4:59 pm
Mi pareva infatti strana una certa tonalità che riportavi, Luca, che non corrisponde a come ti conosco oggi, e capisco anche la tua pigrizia nel riscrivere, nessuno ha più comprensione verso la pigrizia di me, ma bisogna fare attenzione nelle cose del Postmoderno, in quanto la minima sfumatura, lì, cambia del tutto il senso.
Mentre per quanto concerne l’Angelo rilkiano, l’Apertura al Bezug in quanto già da sempre “nel” Bezug, parlerei più di “percezione” nel riflesso che non di definizione di un “cos’è”.
E potremmo anche estendere questo riflesso alla natura più profonda del Simulacro, anche se qui servono dei salti mortali, secondo me, in quanto il concetto di autenticità era ancora del tutto diverso al tempo di Rilke, qui toccherà al Postmoderno riscrivere i suoi parametri ontologici, che proprio partendo dalla copia e non dall’originale ci forniranno risposte magari inaspettate.
Credo che stiamo vivendo un tempo di forte preparazione, ma a cosa non ci è dato sapere. Ma quando mai ci è stato dato mi dirai tu? A riprova che il Postmoderno è condizione di sempre, da che “mondo è mondo”.
marzo 9th, 2009 at 1:42 pm
L’empatia e l’amore devono essere utilizzati nella nostra interazione con gli altri e con le altre specie: solo così la giustizia prevarrà.
luglio 30th, 2010 at 2:56 pm
complimenti bello