Cara Socia, qui posso annoiarmi ed annoiarti in pace, senza rimbrotti esterni.
Ti sottopongo il testo di un articolo prima dell’invio alla rivista di una associazione artistico-religiosa spagnola con la quale collaboro saltuariamente, e che ha il buon gusto di pubblicare sempre nella lingua originale assieme alla traduzione in spagnolo.
Se passi da Spilamberto (patria dell’aceto balsamico) puoi vedere di persona l’opera recensita e magari giudicare anche la critica estetica, per quanto mi interessi di più il tuo giudizio formale.
Tieni conto che la critica estetica ha, purtroppo, delle tacite regole formali cui debbo sottostare, a volte con fastidio.
Certo che siamo un paese ed un popolo straordinario, non esiste nulla di simile al mondo.
Sono molto contento di essere nato e di vivere qui.
UNA MADONNA RITROVATA
Nella chiesa parrocchiale di Spilamberto si trova da qualche tempo l’immagine di terracotta della “Madonna degli Angeli”.
Posta ad altezza giusta secondo le esigenze dell’invenzione prospettica interna alla struttura stessa dell’altorilievo, sta sotto un piccolo baldacco di stoffa antica leggermente sospeso in esatto rapporto tra le dimensioni della parete e quelle della scultura, a suggerire il sacro dell’evento secondo un modello aulico che riporta a remote attitudini dell’arte e devozione.
Prima che la bella scultura giungesse a questo suo ultimo porto, offerta a nuovo culto artistico ed a nuova devozione, non poche sono state le trame oscure dalle quali è stato necessario liberarla; lunghi episodi di dimenticanza, antica rimozione dal luogo originario, scambio di denominazione, restauri e ancora dimenticanza e disattenzioni tante, come accade spesso qui da noi dove le silenziose sagrestie, l’oscuro sottosuolo pullulano talmente di memorie perse nella distrazione quotidiana da impedire perfino lo spostamento di attenzione dal banale al sublime.
A questa disattenzione dovette contribuire anche il fatto che l’immagine, rinvenuta in pezzi nel 1905 nell’ospedale attiguo all’oratorio, venne ribattezzata con la denominazione di “Madonna della Misericordia” ed affidata per il restauro all’artista carpigiano Fermo Forti che, in quella occasione, rifece secondo il suo gusto e quello del suo tempo la testa del Bambino che mancava completamente.
Riportata al suo nome originario, la “Madonna degli Angeli” veniva affidata, al fine di riceverne un restauro storico conservativo, al professor Uber Ferrari.
Dei tanti manufatti coevi citati dalle fonti locali, unica, pare, questa bellissima terracotta ad avere resistito al tempo; campione quasi intatto che si offre ora a convalida di una prassi frequente in area modenese prima dell’apparire di quel Paganino o Modanino che affiora sulla scena artistica nella seconda metà del Quattrocento. Guido Mazzoni s’intende, questo il suo nome più noto, che, ad occhi spalancati sul contemporaneo evento dell’espressionismo ferrarese, nei suoi gruppi di terracotta policroma avrebbe offerto alla storia, unitamente alla propria visione d’arte e di vita, un riassunto di tutto ciò che infiniti artisti ed artigiani precedenti, dal mistero etrusco ai giorni suoi, plasticando grumi di terra strappata alla forma di sola zolla, avevano pensato ed espresso qui in territorio modenese, in ambiente padano.
Una indagine approfondita delle valenze artistiche di questo reperto saranno di competenza degli addetti ai lavori; tuttavia, a conclusione di questo intervento, mi sia concesso riferire impressioni suggerite dall’impatto quasi fortuito con l’originale.
La misura, soprattutto, incanta; il breve spazio conchiuso da un’idea appena accennata di nicchia ad arco dentro il quale si dilatano ampi volumi fino a raggiungere l’idea del maestoso. Poi, gli angeli; infinitamente alti in cielo e danzanti all’unisono ritmi suggeriti da un’incerta memoria, chissà come giunta in terra modenese, di altra più sfrenata danza di angeli che prendeva il via cent’anni prima in quel di Bologna intorno al presepio di Mezzaratta.
Sotto, sta un orizzonte arcuato la cui linea è rimarcata dal drappo leggero e setoso che, mentre decora la parete di fondo staccandosi ai lati del supporto con naturale spessore e cadenza, suggerisce all’alto cielo ancora maggiore distanza e peso maggiore ai corpi della Vergine e del Figlio saldamente ancorati alla terra. La Vergine e il Figlio appunto che fioriscono sereni sotto l’orizzonte sono il luogo di più complesse memorie da rintracciare, volendo, in terra toscana o bolognese, ma soprattutto ancorati alla propria rozza fisicità con tale forza da raggiungere la stessa valenza naturalistica del modello che l’ha suggerita.
E’ questa una madre contadina composta e ligia alla posa come chi ingenuamente attribuisca al posare per un ritratto il senso di un evento straordinario e di infinita durata, ma che per leggerezza interiore irrefrenabile si distrae nel gioco, complice il figlio che è frutto di amore e oggetto di trastullo. Modi, questi, che è possibile osservare nella maternità quando per freschezza e giovinezza accada nell’incoscienza del proprio valore. Il Bimbo sensibile al richiamo solleva la gamba nel gioco, ad infrangere l’idea di rigidità suggerita dalle gambe della Vergine fissamente divaricate e drappeggiate con rigore antico, ancora romantico.
La tensione che si crea tra questi due blocchi umorali è forse il centro poetico di questo plasticare, un’intuizione le cui componenti naturalistiche, espressive e popolari rafforzano l’attribuzione al “sentimento nostro” modenese-emiliano.
Vien da pensare che se questa matrona popolana cantasse una ninna nanna al suo bambino, il canto suonerebbe in quel dialetto nostro antico:
“… fa la durmyna al me curin le rotta la mariuola … na ninan fa la na ni nan ijn”
qui riferito da Rubino del cornetto che lo musicò alla fine del Cinquecento trasportandolo alla corte degli Estensi con il titolo di “La mamma cantatrice alla Modenesa”.
Parlata che miracolosamente ancora perdura e che ancora possiede la forza di accomunarci nelle più arcane e certo migliori profondità.
Leave a Reply